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Torino e Cultura

Torino e Cultura

By: Carlo De Marchis
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Podcast sulle persone che fanno cultura a Torino. Ideato e prodotto da Carlo De Marchis.Carlo De Marchis Social Sciences
Episodes
  • Ep. 99: Franz Goria - La libertà di tenere l'arte fuori dal mercato
    Jun 23 2026

    Franz Goria ha sempre tenuto insieme strade diverse. Nato a Torino, cresciuto tra Torino, Milano e la Toscana, fa il musicista da sempre e si occupa di design digitale dagli anni Novanta. Liceo artistico, Accademia di Belle Arti, psicologia: un percorso che lui chiama trasversale. In musica è partito dalla batteria, studiando con il maestro Lucchini, e poi è passato a chitarra e voce. «Era più facile per me trovare un batterista più bravo di me che un cantante meno egocentrico.»

    Una scelta di fondo attraversa la sua vita. Il design gli dà da vivere. La musica resta il territorio della libertà. Il disco solista La scatola nera è rimasto inedito per anni proprio per questo: «Se vuoi ascoltare questa cosa devi venirla a vedere.» Una scelta «totalmente antieconomica, però all'interno di un'economia che oggettivamente non esiste». Uscirà l'anno prossimo.

    La sua storia comincia da ragazzino, prima della patente, quando va in bicicletta a conoscere i Fluxus in una sala prove della Barriera di Milano. Lì incontra Luca Pastore e Roberto Rabellino, il nucleo storico della band. Goria veniva dall'hardcore, dai Nerorgasmo, e teneva a cantare in italiano. La Barriera resta uno dei luoghi che ama di più di Torino, oggi popolato da famiglie senegalesi e cinesi. «Sembra di stare a Tunisi», dice come un complimento, perché ci trova vita vera.

    Erano gli anni delle etichette indipendenti. I Fluxus registrano all'Acqualuce da Tino Paratore, nello stesso periodo dei Marlene Kuntz. Tiziana Baudo, figlia di Pippo Baudo, arriva in sala prove per metterli sotto la sua etichetta Ritmi Urbani, ma l'accordo salta. Le loro influenze andavano dai Pixies ai Van der Graaf Generator, dai Ministry ai Fugazi. Quando un giornalista paragonò il disco ai Pearl Jam citando Eddie Vedder, Goria rispose: «Perdonami, ma per me non è un complimento.»

    Quegli anni li ha vissuti nei centri sociali, dove regnava una libertà che oggi fatica a ritrovare. Al Beach Boom Festival di Jesolo migliaia di persone vedevano i CSI e i Marlene. Da qui una critica diretta alla politica culturale italiana, che secondo lui non ha mai funzionato. All'estero l'arte viene sostenuta per liberarla dal mercato. Cita Antonio Rezza, che faceva le cose «senza prendere una lira», e le performance estreme di Stelarc, oggi impensabili.

    Sui formati ha le idee chiare. Il compact disc è una chimera fragile. Il vinile resta superiore per suono ed esperienza. «Anche se un domani non ci dovesse essere più l'energia elettrica, lo potrei sempre ascoltare.» Lo streaming lo chiama un disastro. L'intelligenza artificiale la vede come la vera rivoluzione del momento, un cambio di paradigma che gli ricorda il Web 2.0.

    Vive più a Milano dal 2013, città aperta. La vita underground però continua a farla a Torino, che chiama il laboratorio e «un cervello». Ricorda la Torino agghiacciante degli anni Ottanta e poi l'esplosione dei Murazzi negli anni Novanta, alimentata dai movimenti dal basso, dalla Pantera ai concerti del collettivo Pancanar. Il cinema torinese ha attraversato la sua vita: la comparsa in La seconda volta di Mimmo Calopresti, una scena di Tutti giù per terra girata durante la Pantera, il lavoro di scenografo digitale. Per una fiction sulla storia di Tanzi gli chiesero un mandato d'arresto portoghese: recuperò quello di Jim Morrison e lo rese irriconoscibile.

    Nel 2005 nasce con Dan Solo, ex Marlene Kuntz, il progetto Petrol. Sul fondo resta la sua posizione più ferma. Ha fatto il produttore artistico, ben pagato, e ha smesso perché lavorava su cose che non amava. Per Goria la musica è intima, personale, e il momento in cui diventa lavoro è il momento in cui smette di essere sua.


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    58 mins
  • Ep. 98: Beatrice Borgia - Da Gemma Nascosta a Stella che Brilla
    Jun 9 2026

    La presidente della Film Commission Torino Piemonte racconta come uno sguardo manageriale e internazionale sta trasformando il cinema del territorio in una filiera industriale solida.

    Beatrice Borgia arriva al cinema da un percorso lontano dal cinema. Nata a Chieri, parte per Melbourne a diciassette anni e scopre una dimensione internazionale che la accompagnerà per vent'anni. Studia biotecnologie tra Torino e l'Imperial College di Londra, dottorato al Politecnico di Zurigo, carriera nell'ambito medicale negli anni d'oro delle biotecnologie. Un executive MBA la porta verso la corporate finance, poi il salto da una grande società quotata al Nasdaq a una startup tech. Da lì arriva l'opportunità della Film Commission Torino Piemonte, che oggi presiede.

    Guarda il cinema con gli occhi di chi viene dall'industria. Ne coglie subito la capacità di generare una trasformazione profonda, culturale, identitaria e industriale, in un territorio che è stato la culla del cinema italiano. La colpisce il dinamismo di un settore estemporaneo, che vive di picchi e di momenti, dove una grande produzione può cambiare il volto della città in una settimana.

    Da qui il lavoro sulla filiera. La Film Commission ha due leve. Una attrae produzioni nazionali e internazionali. L'altra rende solida la filiera del cinema e dell'audiovisivo. L'obiettivo è la resilienza. Da cinque anni le produzioni hanno raggiunto un tetto, e il lavoro si concentra su qualità e internazionalità, con progetti che arrivano a Cannes, Venezia, Berlino.

    Nata ventisei anni fa, tra le prime in Italia, la Film Commission porta l'imprinting imprenditoriale di Marco Boglione. Gli strumenti sono molti: i fondi della Regione Piemonte, un nuovo fondo per lo sviluppo con la Fondazione Compagnia di San Paolo, e fondi diretti per i progetti sperimentali, documentari, corti, animazione. Un sostegno a tutti i generi e una cura per i giovani talenti che fa parte del DNA del territorio.

    Il Piemonte offre paesaggi capaci di raccontare storie diverse. Torino diventa Roma, Parigi, Varsavia. "Siete una perla nascosta, una hidden gem", si sente dire, e risponde: "La speranza è di diventare poi una shining star". Tra i servizi c'è il location scouting e la nostra sede, dodicimila metri quadrati in un ex lanificio ristrutturato, con sale casting, sala cinema, moduli per attrezzeria e costumiste. La casa del cinema che Boglione immaginava così: "If you come in Torino, you have a home".

    Il cuore resta la filiera. La Film Commission fa da ponte tra la grande produzione e i professionisti locali. Le produzioni internazionali portano due o tre figure chiave e trovano qui tutto il resto. Da qui la campagna "With us you can travel light", porta solo la tua storia.

    Le produzioni si diffondono oltre Torino, verso colline, laghi e montagne, con i budget internazionali più alti. Il mercato è cambiato, dai lungometraggi autoriali alle serie televisive che restano sei mesi e creano continuità di lavoro. Alle leve di internazionalità e qualità si aggiunge la responsabilità. La Film Commission è stata la prima in Italia a pubblicare un bilancio sociale, con le ricadute calcolate insieme al Dipartimento di Management dell'Università di Torino. Ogni euro investito ne riporta sul territorio tra i dieci e i venti, con l'ottanta per cento che torna sulla filiera.

    Gli aneddoti raccontano la versatilità della città. Fast and Furious con le auto nel Po e le palle infuocate in piazza Crimea, Ferrari di Michael Mann, Sorrentino che ha girato il Quirinale nei palazzi torinesi, Guadagnino che ha usato Torino come set a cielo aperto per ricreare la Silicon Valley dei primi anni Novanta. E Cannes, con Le otto montagne nella selezione ufficiale. Lì Borgia ha scoperto la dimensione umana del cinema, quella dei titoli di coda ascoltati in silenzio, con gli applausi che arrivano solo all'ultimo nome.


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    22 mins
  • Ep. 97: Federica De Paolis - Torino, il tradimento e la sistematicità della scrittura
    May 26 2026

    Federica De Paolis è romana, scrittrice, giornalista, docente di scrittura creativa. Alla puntata 97 di Torino e Cultura porta una geografia personale che intreccia famiglia, cinema e letteratura. "Questa città ha un ascendente su di me nella linea genitoriale", racconta parlando del padre, nato a Torino nel '42 quasi per caso, tifoso juventino fino a oggi.A venticinque anni entra nella società di distribuzione del padre, BIM, e per anni cura la parte legata al Torino Film Festival. Ogni novembre torna in città. Si innamora due volte, una di un romano e una di un torinese. A trent'anni inizia a scrivere e quel pellegrinaggio annuale si raddoppia: alla Fiera del Libro arriva da outsider con lo zainetto. "Ogni volta che vengo qui mi sento accolta, mi sento accolta dalla città e mi sento accolta dalle persone". Si definisce romana col coltello in mezzo ai denti, e proprio per questo l'accoglienza torinese la colpisce.Il nono libro si intitola "Il nemico" ed è ambientato a Torino. Adele è una traduttrice di via Quattro Marzo, sposata con un chirurgo ortopedico delle Molinette, madre di un'adolescente. Le viene affidata la traduzione di un romanzo, anch'esso intitolato "Il nemico", di un grande scrittore francese di nome Roland Blier. La collaborazione diventa flirt, il flirt incontro, scocca l'amore. Per Adele tradire è una violenza. Il libro mostra il tradimento da angolature multiple: la figlia viene tradita da un'amica, il marito da un amico. La storia con lo scrittore francese si rivela un viaggio all'inferno. Lui si concede, si nega, sparisce.Il libro si apre con due donne in vacanza all'Isola Forte, luogo immaginario. L'amica Dacia confessa di tradire sistematicamente il marito, lo definisce un arrotondamento della vita matrimoniale. Il capitolo si chiude con una frase che Federica recita a memoria: "Mi resi conto che questa affermazione si mise dentro di me come un seme. E fu da lì che finirono i miei giorni felici". È anche un libro sull'amicizia femminile. Qui entra Barbara Frandino, scrittrice torinese conosciuta quattro anni fa, una delle ragioni dei suoi continui ritorni.Federica ha studiato al liceo artistico e disegna. Quando prepara un romanzo, al posto delle scalette fa disegni. Per "Il nemico" si è appostata sul Po, è andata a Casa Mollino e si è divertita da morire, anche se quella casa nel libro non è entrata. Negli ultimi due anni collabora con la Holden.Sulla scrittura smonta il mito romantico. "Scrivo come un'impiegata delle poste, non è vero che si scrive bevendo la birra e fumando di notte come Bukowski". Otto chilometri di camminata ogni mattina, sessioni da tre ore, sempre la stessa pausa. La scrittura è cinematografica, viene dalla sceneggiatura, tre atti, scene divise, attaccata alla trama. Ha quattro libri opzionati. Una stesura dura nove mesi. La sera, dopo cena, un bicchiere di vino le dà lo scollamento giusto per rileggere. Tre, quattro pagine al giorno, basta così.Nel romanzo precedente, "Da parte di madre", racconta di essere stata in analisi da ragazza con Bianca Garufi. Una sera dorme all'hotel Cavour, lo stesso dove è morto Pavese. Chiede di vedere la stanza, le mostrano il letto singolo, il telefono di bachelite, "Dialoghi con Leucò". Leucò vuol dire bianca, il libro è dedicato a Bianca Garufi. A trent'anni Federica scopre che la sua psicanalista è stata l'amante di Pavese.L'episodio si chiude con un aneddoto da giovane addetta festival. Toccava a lei accogliere Ken Loach e Robert Guédiguian, scambiò gli alberghi e sbagliò le proiezioni. Quei due signori di sinistra accolsero ogni errore con la massima signorilità.

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    18 mins
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